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GIORNATA MONDIALE DELLA LOTTA CONTRO IL CANCRO

4 febbraio 2020_GIORNATA MONDIALE DELLA LOTTA CONTRO IL CANCRO

Una collega oncologa agopunturista ed una collega affetta da patologia oncologica, una PERSONA che si prende cura dei propri pazienti e con l’obiettivo di creare una squadra di nuoto paralimpico per i malati oncologici, ci hanno regalato questa importante riflessione.
Siamo medici, siamo sanitari, ma siamo soprattutto PERSONE. Da entrambe le parti della barricata.

Il progresso nella ricerca in campo oncologico, la diffusione delle conoscenze, l’affinamento delle tecniche diagnostiche e terapeutiche, l’imput verso gli screening per la diagnosi precoce e l’accessibilità all’informazione hanno contribuito a una più diffusa “consapevolezza” rispetto al cancro, a una sorta di “normalizzazione del cancro”, tale che oggi se ne parla senza sussurrare.

Ciascun paziente ha la “sua” esperienza individuale e le dà il suo personale significato. Un paziente mi ha detto che la malattia ti umilia, ti sfida, ti crocifigge, ti ispira, ti motiva e poi ti dice di scendere dal crocifisso e di liberarti dall’etichetta. Diversi pazienti mi hanno detto che l’esperienza di essere un paziente oncologico ti fa scoprire di avere una flessibilità che non credevi di avere; ridefinisce il dialogo con il tuo corpo, nonché il senso delle tue relazioni umane, la tua spiritualità e la tua fede, e ti porta a ri-decidere  la qualità del tuo stile di vita; queste non sono “cose di medicina”.

La malattia ti spinge, inoltre, ad imparare anche “cose di medicina”, disponendo di una fonte di informazioni sul web, a cui tu accedi, perché la tua legittima necessità è quella di salvarti; hai bisogno di garanzie, di competenza e di tempestività, non hai tempo di aspettare. Hai una testa che pensa pensieri di morte e non si adagia, cerca; e ciò che cerca sono conferme, riferimenti, autorevolezza.

Accogliere la necessità del paziente di informarsi per il bene più grande che ha, la salute, porta a recuperare il rapporto di alleanza con il paziente e ad evitare dolore in lui, ma anche dolore nel medico, perché è la relazione di alleanza che  alimenta la passione che ha portato il medico a questa professione.

La condizione oncologica impegna enormi risorse, del paziente in primis, ma anche del sistema dei sanitari che ad esso sono dedicati. La patologia oncologica è il paradigma della complessità: richiede l’intuizione, la competenza, il confronto e la condivisione, l’efficienza e la tempestività: l’uso integrato, istante per istante, di tutto questo.

Formazione, studio, aggiornamento, linee guida, organizzazione, ma anche capacità e libertà di andare -con cognizione- oltre gli algoritmi, che sono gli strumenti, non sono lo scopo, del lavoro: essi sono generalizzazioni e semplificazioni; e sono un prodotto umano.

La complessità può essere sostenibile attraverso una “concezione complessa”, cioè una “rete di interazioni aperta”, che si sviluppano al servizio della cura, dove i fattori economici (produttività, volumi, costi…) sono al servizio di questo obiettivo e non vincolano la qualità della cura. Talvolta una spinta burocratizzazione ed una eccessiva riduzione dell’attività sanitaria a procedure mortificano i fattori che garantiscono la relazione medico-paziente -in primis il fattore tempo- e rischiano di portare i medici alla disillusione professionale per umiliazione dei loro ideali professionali. E’ la salvaguardia della relazione che, da una parte evita al malato la percezione di superficialità, e che dall’altra evita ai medici il danno da burn-out che ha ricadute in termini di personale stanco e/o mancante (Cit. http://www.anaao.it/public/la_repubblica_7.pdf ).

Investire in formazione e in condivisione può essere un elemento chiave, intendendosi per formazione non solo i convegni e i corsi specialistici, ma soprattutto lo scambio di professionisti tra diverse strutture, rifuggendo dalla “competizione che chiude”, ossia da un atteggiamento che vede i colleghi, o altri centri o altri specialisti, come “la concorrenza”. Sarebbe auspicabile una visione della rete “aperta”, ossia non provinciale o regionale, ma nazionale e sovranazionale.

Il paziente deve certamente avere la possibilità di curarsi vicino, ma senza che ciò precluda la possibilità di ricevere consulti e cure altrove, ove servano competenze specifiche, e con tempestività, proprio grazie a specialisti di elevato livello in rete, che mentalmente si sono conformati a condividere e sono predisposti e lavorare insieme.

Sarebbe auspicabile che l’apertura mentale si manifestasse altresì con la capacità di mantenere il giudizio sospeso, senza pregiudizi, su campi di cui non si ha competenza, ad esempio gli approcci non-convenzionali -che sono anch’essi attualmente oggetto di ricerca-  a cui i pazienti sono attenti in quanto vedono in essi un’opportunità di focalizzare su ciò che attiene alla loro “fisiologia” oltre che su ciò che attiene alla loro “patologia”.

Andare incontro a questa necessità è comprendere empaticamente che chi ha il cancro, oltre ad avere in testa pensieri di morte, contemporaneamente ha una serie di “file” nuovi (“Appuntamenti”, “Terapia”, Sintomi”) che si aggiungono ai “file” pre-esistenti (“Lavoro”, “Famiglia”, “Figli”, “Budget”…), il cui coordinamento quotidiano consuma le sue energie vitali, cosicché emergono l’ansia, le rimozioni. la difesa, il corpo stesso pesa: la fatigue. E’ per questo motivo che sarebbe auspicabile un’attiva (ed efficiente) interazione tra convenzionale e non-convenzionale.

A mio avviso, la Giornata del Malato Oncologico è una buona occasione per lanciare un messaggio di augurio, per il prossimo futuro, di lavorare con apertura mentale in più direzioni: formare competenze, coltivare la relazione con i pazienti, salvaguardare la passione professionale e fare concrete reti allargate. Le scelte politico-organizzative che consentissero di ottenere queste quattro cose permetterebbero alla sanità di accogliere le esigenze dei pazienti che si ammalano in questa “èra” di “normalizzazione del cancro”

 

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